Notturno

Rubandomi il presente si ridestano passati, velando il futuro, che in sogni perduti amando incontrai.

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La ballata del girasole

Ti troverò un giorno o forse mai, a vibrare note lontane, tra le dita vaque di fantasmi passati, o danzare in freddi saloni remoti aggrazziati dal tuo eco, archetto timido del mio violino.
Ti troverò un giorno o forse mai, a confonderti arrossendo tra strane carte di pesanti pensieri, o nascosta nel buio agognando la luce.
Forse a giocar tra le mani del cieco, o gravata dalla grazia a scontar la pena annegando in mari di inchiostro, a celar la nota all’orecchio sordo e allo sguardo muto.
Vi troverò un giorno o forse mai, innamorati, a nascondervi ridendo, sulle rive di spiagge Bianche, a cantar sulle vette di cieli azzurri o a danzar sulle dune di deserti d’oro.
Vi troverò un giorno, o forse mai, e suoneremo insieme la ballata del girasole.

L’inganno della bellezza

Quanti occhi hai cullato da calde spiagge, o da antichi porti.
Infuocando gli amanti nelle notti,

Mentre Il bimbo felice sguazza sulle rive d’oro del futuro e il vecchio annega una lacrima nel grigio ricordo del passato, il pescatore bestemmia per i suoi interessi e il ragazzo della valle si colma di accecante sottomissione alla grandezza sconosciuta dell’immensa distesa d’argento.

La ragazza triste annega nella solitudine consolata dal prete che inneggia alla grandezza di Dio.

Ma da quassù guardandoti, quale inganno soffre il mio cuore, quante forme hai plasmato per l’incanto di un eterno attimo, e sospiri senza pace e domande e quiete perduta nelle notti d’estate a chiederti chi sei tu mare. Gioia al mattino e inquietudine di sera, fai del paradiso a me caro, covo di mille dubbi.
Eppure senza quelle forme a me care da quassù su questo aereo.Quale orrore quale orrore.

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Spiagge

Cammina te davanti e non voltarti, portami al palazzo Bianco che la strada  ho smarrita, e lacrime sui passi della riva e sulle ombre tristi e ridenti e amorose del passato.
A girar guardando l orme vecchie riposi l occhio mio dannato.
E tu rapita a rimirar la luna avanzi.
Che l amor tuo mai si estingue al suo mutar che innalza i mari e vela,  a bagnar di buio i passi nostri nella sera.

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Victor

Non so ancora per certo cosa mi spinse, dopo tanti anni di lealtà a quel vecchio, a provare un così grande senso di cieca perfidia, ma sì, posso ripercorrerlo istante per istante.
Erano le 20.30 e il vecchio, indaffarato come ogni sera a sbrigare gli ultimi affari, era chiuso nel suo ufficio al piano superiore. Ricordo che, dopo aver chiuso a chiave la porta della gioielleria, scesi per la stretta scalinata di legno, attraverso il seminterrato per depositare in cassaforte gli incassi della giornata e, proprio mentre percorrevo quei gradini consumati dai passi che la routine di ogni sera aveva sbiadito per vent’anni o più, montò in me la convinzione che sarei potuto riuscire nell’intento che andavo fantasticando da mesi e che per anni fece covare dentro la mia mente un disgusto opprimente per il vecchio, che pulsava come un cuore malato. Così, in brevi attimi di determinato intento, la certezza che la mia buona fede mi avrebbe tenuto lontano dalla più pallida ombra del ragionevole dubbio oscurò i miei timori e accese la scintilla delle mie azioni.
Svuotai la cassaforte dei beni più preziosi: svariati anelli di diamanti, collane e bracciali e sistemai il tutto nella mia borsa personale insieme a piccoli cammei incastonati di rubini finemente intagliati e a una grande quantità di contanti.
Aspettai fermo immobile sulla scala il tempo dovuto che impiegavo ogni sera per trascrivere gli ultimi affari sui miei libri contabili e, dopo un lungo istante, salii. Mi fermai vicino alla cassa mentre aspettavo che scendesse dal suo ufficio. Ripercorrendo mentalmente il mio piano, capii che il delinearsi dei dettagli che avevo immaginato avrebbero mosso a mio favore una fortunata serie di eventi che, non solo avrebbero scagionato la mia persona dal dubbio, ma mi avrebbero fatto passare come vittima insieme al “povero” ma ricchissimo Anton Sallet.
Il vecchio scese le scale. D’un tratto un dettaglio mi balenò in testa; mi innervosii per un istante, se ne accorse? No, come avrebbe solo potuto immaginare il tutto, ero sciocco a pensarlo, dovevo mantenere la calma, ogni ripensamento non era ormai da contemplarsi. Mi chiese se avevo sistemato nella contabilità le ultime spese per il restauro di un vecchio armadio, risposi di sì, freddamente, forse troppo. Ci avvicinammo alla porta, aveva notato l’agitazione? Mi guardava in modo strano, o forse era l’ansia che mi aveva fatto immaginare in lui il cambiamento quando invece era la vittima inconsapevole del mio intento.
Presi dalla tasca le chiavi cercando nel mazzo quella giusta, mi guardava ancora da dietro? Non lo sapevo, nervoso continuai a cercare e mi voltai con un piccolo scatto della testa a guardarlo. Avevo ragione: il vecchio mi scrutava attentamente con un vago sorriso sulle labbra. Socchiuse gli occhi indagatori che andavano a cercare segni di debolezza nel mio sguardo; mi voltai di scatto e quasi feci cadere le chiavi ma, fortunosamente trovai quella giusta, la infilai ed aprii la porta.
Uscimmo; eravamo in strada ormai, soli nel buio dello stretto viale. Nulla sarebbe potuto andare storto e lo sguardo che prima aveva fatto vacillare la mia calma era ora divenuto più sereno. Stavo per chiudere la porta alle mie spalle, quando sentii ancora i suoi occhi addosso a me. Mi voltai e gli vidi in volto lo sbigottimento di chi, solo in un bosco oscuro, vede una scure insanguinata su un morbido letto d’ erba o gli adunchi artigli un orrendo mostro.
Lo guardai, ci guardammo al lungo e non capii le ragioni di quello sguardo fin quando notai dalla mia borsa sbucare le candide perle bianche di una collana.
D’un tratto rimasi impietrito, completamente incapace di muovermi;  fissavo quelle perle sentendo il peso di quello sguardo giudicare quel fatto infame. Lui era immobile ad un metro da me; alzai gli occhi e sentii la mia paura scossa dal suo disgusto, la tracotanza delle mie convinzioni fatte vergogna dalla durezza del suo sguardo. Mi sentii come un cane messo all’angolo; fui scosso solo da un crescente senso di auto conservazione, per la mia vita, per la mia rispettabilità, per la mia libertà, e, cieco ad ogni conseguenza ,la ragione si offuscó.
Strappai di scatto la collana dalla borsa e lo afferrai feroce al collo, sbattendolo contro la porta. Gli morì un grido in gola nel tentativo di ribellarsi e, soffocando l’arroganza di quello sguardo, lo spinsi furioso nel negozio, scaraventandolo balbettante a terra. Lo colpii ciecamente con una scarica di calci: il vecchio ghignando smorfie di dolore si contorceva come un verme al gioco di un bambino sadico e con il cuore che mi esplodeva in petto mi gettai sopra di lui.
Gli tappai la bocca contorcendo le mie mani sul suo viso, come a plasmare un nuovo volto, o dar vita col mio furore ad un altro sguardo che non fosse quello. Srotolai la collana dalla mia mano e cinsi con quelle candide perle quel grottesco collo gonfio di lividi.
Strinsi più forte che potevo, il vecchio cercò di dimenarsi, colpendomi con con goffi e deboli gesti disperati: gli occhi rossi intrisi di paura, il sudore bollente che riempiva ogni ruga del suo viso e la lingua impazzita che si dimenava in respiri boccheggianti. Stava per morire, lo sentivo, lentamente si stava lasciando andare. Strinsi ancora più forte, fino a contorcermi in smorfie di sofferenza al pari della sua, quando le mie viscere ribollirono di un dolore atroce .
Disilludendo il mio trionfo sul suo corpo inerme, sparò un colpo dalla fodera della tasca. Fui schiacciato dalla sofferenza, ma ancor di più dall’orrore di rimanere anche un solo ottimo steso sul quel pavimento, dove avrei sofferto dell’indicibile pena della sottomissione, come un lupo braccato da un gruppo di goffi cacciatori. Raccolsi ogni forza e mi alzai da sopra il corpo del vecchio che immobile a terra con gli occhi pieni di terrore seguì i miei passi avvicinarsi alla cassa. Afferrai una piccola statuetta di pietra e mi avvicinai ansimante a quello che pochi minuti fa era il duro Anton e che ora singhiozzava piangente come un bambino. Mi misi sopra di lui e i suoi occhi mi dissero molto sulla vita , sulla morte. Non riuscii a sopportare la purezza di quello sguardo, che sgorgava in lacrime sincere, come a voler comprime ogni stilla del proprio essere in quel momento di cruda rassegnazione alla morte. Nessuna prosa, nessuna catarsi, nessun angelo azzurro sul viale del tramonto, né canti celesti a sfumare la fine, solo l’ignoto e l’oblio, che profondo si addensa nell’ora della fine.
E la fine arrivò, mutando quell’etereo trasalimento, nel volto inebetito di un viso straziato. Lo colpii sulle tempie, con tutta la veemenza di cui ero capace, e il suo viso si distorse in smorfie di sguardi isterici, come quelli di un bambino spastico. Morì, e nulla più. Mi alzai da sopra il cadavere;  le ferite che prima avevano straziato i miei sensi dal dolore, adesso, non sembravano più dolermi, anzi, fui rinfrancato dallo stesso notevole senso di determinazione che persi nel caos di quell’incubo e, nella mia mente, riaffiorò la freddezza di cui gli eventi sciagurati si erano fatti beffa.
In un istante balenarono in me gli atti di un grottesco copione, scritto dal pugno sconosciuto di una mente che non mi apparteneva, mi stupii mio malgrado, nel trovarmi così affine a quell’impronunciabile pensiero;  mi sentii guidato, come una marionetta al giogo di un burattinaio, ma quale che fosse la mano che tirava i fili, non potei tirarmi in dietro da quella volontà, se davvero volontà posso chiamarla adesso.
Calmo, lucido, scesi nel seminterrato, immerso in un torpore etereo di dolce tranquillità, come un bambino cullato in un caldo letto di seta. Senza ombre ora lo ricordo chiaramente quell’insondabile senso di calma, posso affermare a me stesso che di quella grazia non fu merito la mia abilità e più che della mia natura, gli eventi furono i frutti dell’inconoscibile.
Aprii la porta del ripostiglio dove da anni erano consumati nella polvere vecchi attrezzi arrugginiti, in tutti quegli anni non ero mai entrato in quella stanza, né avevo mai percorso quello stretto corridoio, ma ricordavo quell’odore stantio e i colori sbiaditi dei muri ammuffiti, ricordavo la grande rastrelliera degli attrezzi e la grande ascia consunta dal tempo. La presi, impugnandola con fare solito eppure sconosciuto e salendo le scale andai sorridente, a smembrare il cadavere.
Lo spogliai. Poi, partendo dalle gambe, troncai in due ogni suo arto, feci a pezzi le braccia e il busto, riducendo i suoi resti ad un cumulo di carne scomposta e la sua identità umana alle sembianze mutilate di grottesco manichino. Gli taglia la testa per ultima, e risi sperando che il gesto fosse servito a fargli godere, attimo dopo attimo, la scena e il mio sorriso finale come plauso allo spettacolo.
Malgrado le mie azioni, la certezza di uscire candido e vincitore dagli eventi di quella sera non mi aveva abbandonato; così, guidato da quel miserabile istinto, mi convinsi che se avessi nascosto i resti nella cassaforte, avrei guadagnato le ore preziose del mattino seguente, per andare più lontano possibile, senza mai più tornare.
Pensai di pulire la pozza sangue che bagnava il marmo della grande sala, avevo tutta la notte e l’impresa non sembra impossibile ma divorato dall’ansia, decisi di fuggire il più presto possibile. Deposi i resti in cassaforte, ma non appena incastonai la sua testa nell’ammasso scarlatto di carne, come il pezzo finale di un macabro puzzle, i suoi occhi si incrociarono ai miei e sembrarono guardarmi con fare inquisitorio. Trasalii, ritrovando per un lungo attimo la mia identità rubata e caddi in un profondo pianto disperato e in un ancora più profondo orrore dinanzi a quella mostruosa scena, come se mi si presentassero solo ora dinanzi agli occhi quegli atroci atti e la perfidia delle mie azioni. Credetti, o sperai forse, che l’orrore che stavo vivendo mi tenesse prigioniero come di un sogno e proprio come quegli incubi che ognuno di noi vive di tanto in tanto in qualche notte triste, cercai passivamente di fuggire da quell’abisso o di riemergere dall’infinito oceano che mi soffocava. Mi diressi verso le scale, mancava ancora molto all’alba e ciò che era rimasto della mia volontà premeva il mio istinto di sopravvivenza a fuggire da quell’incubo, ma non appena riuscii ad intravedere la grande stanza, vidi con tremendo stupore una sottile sagoma sbiadita nel buio della penombra. Mi fissava una grottesca faccia bianca; si avvicinò verso di me, immobile dal terrore come se vedessi in quell’entità la persona della morte stessa. Ma non era la morte, era solo un ragazzo e riconobbi in lui delle fattezze conosciute e per certi versi familiari. Come quelle impresse in una foto che distratto guardi, da vent’anni anni, o forse più, I tratti marcati, e quel sorriso sereno, un volto dagli occhi occhi chiari, due lampi azzurri, che guardano con timore e reverenza il viso distaccato di un padre autoritario,  Mi passò accanto e mi disse ” Grazie, Victor. Sei stato più docile di quanto mi aspettassi”. Scese le scale e scomparve al di là dello stretto corridoio.
Voltai lo sguardo alla stanza e risi e piansi a lungo, quando vidi al posto del sangue scarlatto, il cadavere di Anton, e quello mio.
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La rete

Ti ho baciato sulla fronte, coronando il momento dorato, e ancor prima che i miei tacchi toccaron terra, m’apparve già triste quell’attimo lontano, dove i ricordi si stagliano allegri tra i mille colori del mattino e della notte. E vagabondai ancora, quando ti voltasti, su quelle spiagge bagnate d’oro, e tra antiche rovine a ricordare il tuo sguardo, e in poppa a navi azzurre a scrutare le acque serene, e il tuo viso rallegrare il cielo dai lampi della sera e dai pianti del mattino.
E passo non più di un attimo dacché entrasti serena ad allietare la mia vita, e nella città più ridente passeggiare insieme nei moli variopinti di porti allegri, di uomini stanchi e di gatti addormentati. E ormai nelle fiacche notti lontane da quelle rive, tu per me divieni l’ancora che getto nel più profondo dei mari, mi fermerò a pescare, e con reti robuste, porterò a me quei banchi di pesci, o fuggiranno tra le mille porte della loro salvezza e della mia disperazione.
Il ricordo già sfuma, e allora tornerò a navigare.
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Eroi

Mi guardo un giorno un bambino e aveva un mantello da eroe, mi guardò con fare da uomo con sguardo da giudice, mi indicò con paura sulla soglia di una bottega dismessa, ma il mio passo era veloce, la strada troppo viva e il cielo ancora chiaro.
E scomparii di fretta agli occhi del giudizio, graziato di nuovo dai doni del sole.
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Dissonanza

Già prima che mimasti una timida bugia, volli procede in punta di piedi, con passi pesanti sgraziati di calma, ma quando timida hai ripercorso quei sentieri abbaglianti d’ombra, ci ritrovammo al suono del capitombolo stesi a terra, e fu bello e fu ardente ridere non meno che piangere.

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Via

La guardò ancora, in un infinito attimo di cruda rassegnazione, al di là dello spesso vetro bagnato, impresse nella sua mente quelle ultime distorte immagini del suo viso mentre il treno partiva, e gli sembro che lei lo chiamasse attraverso quel manto di pioggia, tese la mano nell’ illusione di toccare il suo volto attraverso l’opalescente maschera di quel riflesso distorto, ma era tutto ciò che rimaneva, un piccolo ritratto d’oro e verde acqua che si allontanava al ritmo di mille rimpianti e parole mai dette.

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“Guardo i miei pensieri”

Sento la tua voce calda, un brivido sulla mia pelle… Mi imbatto nei tuoi occhi, lampi azzurri… Accarezzo i lineamenti del tuo viso, lascio che le mie dita corrano libere sulla tua pelle… Stringo il tuo corpo, ne assaporo il calore… Affondo la mia testa nel vortice del tuo abbraccio… Cerco le tue labbra, si mescolano i nostri sapori…

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